Traguardi e commozione

(Adriana Ivanov Danieli) Nel numero di febbraio, dopo aver dato conto dei miei primi interventi di divulgazione, avevo promesso di completare la rassegna aggiornandovi su quelli successivi: in effetti non lo posso fare, perché ci sono ancora tre appuntamenti in carnet e soprattutto perché, se vi documentassi dettagliatamente tutti e trenta quelli della stagione Giorno del Ricordo 2023, sareste pienamente autorizzati al lancio di pomodori. Da tre mesi ad oggi sono accadute però tante vicende che mi hanno coinvolta nel mio cammino di Santiago verso la divulgazione della nostra storia di dolore e di cultura, ad alcune delle quali desidero dare rilevanza rendendovi partecipi.

  1. Traguardo raggiunto. Nella pancia della Balena Rossa

C’era una volta a Torino il Lingotto, fortilizio della produzione automobilistica della Fiat, attualmente destinato, tra l’altro, a realtà espositiva per una superficie di 110.000mq. Dal 18 al 22 maggio ha ospitato anche quest’anno il tradizionale Salone del Libro, babelica kermesse affollatissima di stand editoriali e di folle di visitatori e acquirenti, comprese chiassose scolaresche. Sino ad oggi non era riuscita un’operazione “vetrina dell’Esodo”, in un ambiente notoriamente contrassegnato dal mainstream dell’intellighenzia di sinistra, in cui le case editrici primeggiano, arrivando al parossismo di chi come la Laterza pubblica i pamphlet del cosiddetto storico Eric Gobetti (mi infastidisce anche solo scriverne il nome… generalmente nel nostro ambiente lo chiamiamo l’Innominato), infatuato gregario del maresciallo Tito. Ma non manca l’esempio della casa editrice “La nave di Teseo”, diretta da Elisabetta Sgarbi, sorella di Vittorio, già editor Bompiani, che vanta come un fiore all’occhiello la pubblicazione degli scritti di Boris Pahor recentemente scomparso a 108 anni: pappa e ciccia con colui che a Trieste, appena ricevuta dalle mani di Mattarella la massima onorificenza, Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, dichiarò al Telegiornale che “le foibe sono tutte balle” (sic!). Inoltre, per la Sgarbi – e il suo stand era bello affollato – Pahor meriterebbe il Premio Nobel! E una delle code più lunghe era per entrare nella sala dove avrebbe parlato per ore Michela Murgia, dolorosamente segnata dalla scoperta di un tumore al quarto stadio, ma particolarmente addolorata di dover morire “sotto un governo fascista”…! Per non parlare poi della manifestazione di protesta al Ministro per la Famiglia Eugenia Roccella, cui è stato impedito di presentare il suo libro, senza che il Direttore del Salone le garantisse il diritto di parola. Non sono propriamente divagazioni, ma la cartina al tornasole dell’impostazione ideologica prevalente nell’editoria, come ben sa chi come me ha per anni verificato il taglio di quella scolastica. Orbene, quest’anno il MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito) ha preso parte alla manifestazione con uno stand tutto suo sotto il titolo “Una biblioteca in ogni scuola” e, nella ricchissima offerta di proposte, grazie all’indefessa e generosa dedizione di Caterina Spezzano in collaborazione con le nostre Associazioni che compongono il Tavolo di lavoro, ha riservato due incontri alla storia del Confine Orientale. Il primo, Didattica della Frontiera Adriatica: la narrazione multidisciplinare delle Istituzioni scolastiche, è stato una vetrina per presentare progetti realizzati da Istituti scolastici nell’ambito del concorso nazionale 10 Febbraio, introdotta dal sempre centrato e prezioso intervento di Gianni Oliva, mentre la sottoscritta, nel ruolo di “ formatrice esperta”,  in rappresentanza delle sigle associative dell’Esodo, ha illustrato la varietà delle proposte multidisciplinari degli studenti e ha delineato la metodologia per la trattazione della nostra storia. L’incontro Letteratura dell’Esodo. La produzione editoriale specialistica delle Associazioni Giuliano-Dalmate ha invece consentito ad esponenti di spicco del mondo degli esuli di proporre un estratto delle opere realizzate grazie al sostegno delle Istituzioni. Per restare in ambito dalmata, sono state segnalate quelle di Oddone Talpo Per l’Italia, Luciano Monzali Gli italiani di Dalmazia e le relazioni italo-jugoslave nel Novecento, Giorgio Baroni (a cura di) Storia della letteratura dalmata italiana, Adriana Ivanov Istria Fiume Dalmatia Lands of Love. Dunque e finalmente, anche al Salone del libro di Torino ha sventolato la bandiera coi tre leoni, insieme a quelle delle Associazioni sorelle.

  1. Traguardo da raggiungere. Revoca dell’onorificenza a Tito

Nella Collana di “OPINIONI NUOVE NOTIZIE” diretta da Sandro Gherro, è stato pubblicato a firma di una decina di autori un nuovo Quaderno, dal pregnante titolo Non solo le Foibe – appunti sulla barbara criminalità del comunismo titino, già presentato in varie sedi, con l’evidente intento di togliere definitivamente il velo ad un totalitarismo troppo a lungo protetto dalla “congiura del silenzio”. Dopo la risoluzione del Parlamento Europeo del 19 settembre 2019 che condanna tutti i totalitarismi del secolo scorso, compreso quello comunista, è tempo che si intensifichi la denuncia del vero volto della dittatura titina e che si incalzi con l’iter per togliere a Tito la massima onorificenza della Repubblica Italiana “ Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone”, vergognosamente conferitagli dal Presidente Saragat nel 1969. I saggi contenuti nell’opuscolo denunciano vari aspetti dei crimini commessi dal Maresciallo; personalmente mi sono occupata della “liberazione” di Zara, mediando il titolo di un’opera dell’indimenticato Tullio Vallery, per documentare come i festeggiamenti per la liberazione dal nazifascismo in Italia non siano coincisi con la riconquista della libertà nella nostra città, come del resto in tutto il confine orientale, ma con l’inizio di un incubo peggiore. Non è ancora un traguardo raggiunto, ma da varie direzioni stiamo cercando di indicare la rotta.

  1. Emozioni e commozioni

Ci sono anche tante memorie rasserenanti e toccanti nel mio raid di incontri 2023. Quando partecipo ad una Tavola rotonda insieme a Roberto Menia, il papà della Legge del Ricordo, che presenta il suo nuovo libro, io mi commuovo. Così avviene pure quando, alla fine di una conferenza a classi Terze di Scuola Media, benché non privilegi incontri con questa fascia d’età, i ragazzini mi si affollano intorno per chiedermi un bacio, perché riescono a vedere in questa anziana signora la bimba che ho raccontato: portata via da Zara in braccio ai genitori ad un anno e vissuta per mesi in campo profughi, privata degli altri affetti familiari. Quando l’8 marzo in una premiazione per la Festa della Donna a Venezia, vengo invitata a parlare in rappresentanza delle donne dell’Esodo, mi commuovo per il riconoscimento ormai diffuso verso la nostra tragedia. E se all’inizio di una mia conferenza entrano in sala, anche a gruppetti, cinquantenni che si fanno riconoscere come miei ex alunni, venuti ora ad ascoltare la lezione di storia che allora non potevo tenere, perché fino all’istituzione del Giorno del Ricordo saremmo stati etichettati sappiamo come, invece di cominciare a parlare, inizio a piangere… E infine, quando sono onorata di spiegare la piccola parte che ho avuto anch’io nell’edizione della grande Storia della Letteratura dalmata italiana curata da Giorgio Baroni e in una recente occasione lo faccio nello scrigno prezioso della Scuola Dalmata, come mi avviene pure durante il Convocato, alzo gli occhi e guardo i capolavori di Carpaccio che vegliano su di noi. Sento il privilegio di appartenere alla Natio Dalmatina, alla cultura che portiamo con noi, alle meraviglie che la nostra gente ha costruito nei secoli nonostante l’accanirsi delle vicende storiche. Ancora san Giorgio trafigge il drago per noi, ancora il piccolo Trifone esorcizza i demoni per noi, ancora sant’Agostino leva ispirato lo sguardo verso san Girolamo immerso nella luce, indicandoci la via. È la commozione di vedere coi miei occhi nell’evocativa luce soffusa immagini incontrate e studiate nei libri di Storia dell’Arte fin dal liceo. È cultura, ma è anche orgoglio dalmata… quia Dalmata sum.

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