
(Marco Viviani) Avevo incontrato Sime Fio qualche estate fa, in uno dei miei viaggi in Dalmazia alla ricerca degli italiani ancora là presenti: fortunatamente non era stato un incontro fugace, dato che durante il mio soggiorno a Lesina avevo alloggiato proprio da lui.
L’impressione era stata quella di una bella famiglia unita ed ospitale, che fin da subito mi aveva coinvolto nelle attività conviviali, come un pranzo collettivo sulla vicina isoletta di San Girolamo. L’armonia familiare percepita allora era una caratteristica che si susseguiva nelle generazioni: ne ebbi infatti successiva conferma dal libro autobiografico1 di Lorenzo Dojmi di Delupis (magistrato, originario di Lissa, deceduto esule a Grosseto) che nel 1936 – a soli sette anni – si era trasferito a Lesina per frequentarvi le elementari2, cominciando dalla seconda, presso la scuola della Lega Culturale Italiana3 dove aveva instaurato una forte e importante amicizia con i compagni Simeone e Stefano Fio e con la loro famiglia, descritta come “un esempio di unità e serenità”. Una definizione che colpisce perché perfettamente coincidente con la recente impressione avuta da me (e non solo) riguardo alla stessa famiglia.
Il libro fornisce anche un’interessante descrizione della scuola: due aule, due maestri, una sala dove pranzavano, una biblioteca dove era il direttore e una cucina. Gli alunni erano una trentina, di Lesina o delle vicine isole di Lissa e della Brazza. Quelli provenienti da fuori erano sistemati presso famiglie a cura della scuola che, per quanto possibile, faceva le veci dei genitori. L’autore scrive che la scuola era amministrata da sua cugina Margherita; non risulta chiaro chi fosse il Direttore, se il maestro più anziano o l’amministratrice. Indubbiamente i fratelli Fio, come pure l’autore, avevano acquisito l’italianità in famiglia, ma la scuola li aveva aiutati a conservarla. Lo stesso Sime, che non era partito esule come i suoi fratelli, era riuscito a mantenerla insieme alla cittadinanza, trasmettendo poi entrambe ai figli. Fra questi, il suo omonimo Sime jr ha scelto di svolgere il servizio militare in Italia.
Lesina è l’unica isola della Dalmazia, eccetto quelle del Quarnero, dove sia riuscita a nascere una Comunità degli Italiani: è intitolata al romanziere lesignano Gian Francesco Biondi (1572-1644), probabilmente il più importante personaggio locale. Purtroppo la Comunità, presumibilmente per l’insufficiente numero dei soci, non è stata inserita nell’Unione Italiana: conseguentemente non ha sede e la mancanza dei necessari finanziamenti ne limita l’attività. Grazie però alla sensibilità e alla bravura della sua Presidente, Alessandra Tudor, si distingue per lo stato di conservazione delle architetture lasciate da Venezia. I restauri sono stati sovrintesi dall’architetto Adelmo Lazzari, con il finanziamento della Regione Veneto e con la collaborazione del Comune. Questo si inserisce nella tradizione dell’isola: Lesina è infatti l’unica località degli antichi domini di Venezia dove i leoni marciani non siano mai stati distrutti o rovinati4. Altra particolarità di Lesina è quella di essere stata l’unica ripartizione territoriale in Dalmazia dove nei censimenti – che distinguevano gli abitanti in base alla lingua usata – la maggioranza della popolazione si diceva di lingua italiana, anche in campagna. Quella maggioranza si è ormai ridotta a poche persone; poche ma buone, essendo molto fiere della loro identità (fra questi, da citare anche i Matković: in particolare Siniša Sime ha avuto un ruolo importante nell’istituzione della Comunità e si definisce autonomista come i Dalmati di un tempo, mentre Antonio è stato presente in passato a vari Raduni dei Dalmati). Anche se, come detto, sono assai pochi i soci della Comunità, rimane comunque una realtà piccola ma utile a Lesina e ai rapporti fra le due sponde dell’Adriatico. Per sostenerla potrebbe essere utile organizzare soggiorni in Italia per i giovani, similmente ai soggiorni estivi in montagna che un tempo offrivano le scuole della Lega Culturale.
Sime Fio purtroppo non è più con noi ma ha lasciato alla Comunità di Lesina e a noi che lo abbiamo conosciuto un bell’esempio da seguire. Il “Vecio Leon” – come veniva amichevolmente chiamato dagli amici e conoscenti più stretti – teneva fede al suo soprannome: mi aveva infatti raccontato delle difficoltà avute a mantenere viva la propria identità, resistendo ai tentativi di fargli rinunciare alla cittadinanza italiana in favore di quella jugoslava, come invece accaduto a qualche altro lesignano rimasto, che aveva dovuto cedere per ragioni di lavoro e dunque di sopravvivenza economica.
Mi ha anche fatto da guida nel centro storico di Lesina, indossando un cappellino con la scritta ben visibile “ITALIA” e facendomi conoscere cose che altrimenti non avrei appreso: ad esempio la maggiore tolleranza grazie alla quale, come detto, non ci sono stati leoni scalpellati; mi ha poi mostrato l’edificio in pieno centro dove c’era la scuola italiana da lui frequentata, e quello un po’ decentrato della famiglia di Lorenzo Gazzari (calciatore locale divenuto bandiera della Fiorentina fra le due guerre mondiali), oltre a tanti altri dettagli storici su Lesina.
Sarebbe stato molto interessante approfondire ancora di più, tanto che avevo già fissato un nuovo soggiorno presso la famiglia Fio a fine marzo 2020, ma sfortunatamente il Covid bloccò tutto e purtroppo non c’è stata un’altra possibilità.
Era un vero piacere ascoltare Sime Fio mentre, con il tipico accento veneto-dalmata, parlava in italiano con grande spigliatezza…
R.I.P. Vecio Leon!!!